by Mathilde Grazia Modica Ragusa
L’osteria è un’espressione di socialità e convivialità, distinguendosi da altre forme di ristorazione.
Le osterie sono luoghi strettamente legati al territorio, spesso a conduzione famigliare, e si contraddistinguono per la loro genuinità e l’interazione con l’oste, figura fondamentale in questo contesto.
Il termine osteria è strettamente legato al termine ‘oste’:
«osterìa s. f. [der. di oste1]. – Nel passato, locanda dove si poteva mangiare e trovare alloggio [...]»
«òste1 s. m. (f. -éssa) [lat. hŏspes -pĭtis (cfr. ospite), prob. attraverso il fr. ant. oste (mod. hôte)]. – 1. Padrone o conduttore di un’osteria [...]»
Questo termine si consolida nel Medioevo quando all’osteria si iniziò ad associare un luogo temporaneo dove i viaggiatori riposavano. Nel corso del tempo, diversi documenti letterari ne fanno riferimento: il Codex Latinus Monacenis (nel 1847 rinominato Carmina Burana), un insieme di componimenti poetici i cui contenuti trattano diversi argomenti (nei poemi goliardici, troviamo il Carmen 196 In taberna quando sumus, celebre componimento che elogia la spensieratezza di questi luoghi); Geoffrey Chaucer, un poeta inglese scrisse The Canterbury Tale, dove narra di un oste che chiede a trenta pellegrini di raccontare delle storie, legate sia al loro viaggio verso la meta sia alla via del ritorno.
Le testimonianze letterarie - così come quelle artistiche - continuano nel tempo (si pensi a Don Chisciotte o alle opere di Pieter Bruegel il Vecchio - Il Banchetto nunziale, 1568).
Avendo come scopo il supporto alle persone in viaggio o di passaggio, gli spazi di questo luogo erano molto semplici: un’unica stanza come sala da pranzo, uno spazio per la preparazione del cibo e un piano superiore (dedicato al pernottamento).
Grazie alla presenza di un’unica stanza, l’interazione fra gli sconosciuti e la condivisione di storie e avventure sorgevano in modo spontaneo.
L’atmosfera di socialità, lontana dal trambusto quotidiano, ha permesso a queste attività di durare nel tempo, anche se con dei cambiamenti: infatti, nel tempo si perse la funzione di ospitalità, mantenendo solo quella ristorativa.
Inevitabilmente, questi spazi si trasformano in presidi territoriali capaci di far vivere appieno un'esperienza fatta di simboli, oggetti e sapori.
Con l'industrializzazione, le osterie sono diventate il punto di ritrovo fondamentale della classe operaia. Nel corso del tempo, questo modello si è evoluto adattandosi ai consumi moderni: oggi viene spesso usato dalla ristorazione medio-alta per evocare nostalgia e legame con il territorio. Attualmente si distinguono quindi due realtà: da un lato, locali commerciali e turistici con standard elevati; dall'altro, osterie tradizionali rimaste fedeli all'atmosfera gioviale, ai prezzi popolari e al pubblico locale.
La Piola: l'essenza dell'osteria tra tradizione e convivialità
Oggi, in un contesto dove i ristoranti stellati e la cucina fine dining rappresentano la nuova aspirazione, trovare un luogo semplice e genuino è diventato il vero lusso.
Servizi di piatti all’ultima moda, luci soffuse, locali silenziosi e pietanze che sembrano opere d’arte sono in netto contrasto con l’umanità dell’osteria. Ed è proprio in questo scenario che una realtà spicca su tutte: La Piola, a Modena.
L’esperienza in questa osteria nasce un po’ per caso; anzi, a dirla tutta, non era nemmeno la nostra prima scelta. La presenza sul web è pressoché inesistente, così come sui social media: l’unica testimonianza erano le recensioni su The Fork, dove il locale godeva di un ottimo punteggio. Nonostante la titubanza iniziale, ci siamo avviati verso la destinazione, curiosi di scoprire cosa ci attendesse.
Immersi nella natura, tra il ronzio degli insetti e il fruscio delle foglie che svolazzano intorno a noi, ci accomodiamo al tavolo, accolti dal signor Claudio, l’oste.
In un'epoca dominata dai social media e dal bisogno costante di "apparire", Claudio porta avanti la sua missione con una lentezza disarmante: interagire personalmente con i clienti e trasmettere l’intrigante storia che vive tra le mura del locale.
Con fierezza e nostalgia, racconta di Enzo Ferrari, che frequentava La Piola assiduamente: per lui, il locale non era solo un posto dove mangiare, ma una vera e propria "estensione dell’ufficio" e un rifugio dove sentirsi a casa.
Claudio è una figura che con i suoi racconti vi porterà negli anni '50 - quando il conto si scriveva a matita su una lavagnetta per poi cancellarlo, in questo modo solo chi aveva fatto la "comanda", chi pagava il conto per intenderci, poteva vedere la cifra.
Tra una portata e l’altra, l’oste intrattiene i clienti spiegando i piatti serviti: un unico e completo menù per tutti!
Le pietanze sono strettamente legate alla cucina tradizionale modenese e alla vita dell’Ingegnere - appellativo che fa riferimento alla laurea honoris causa in Ingegneria meccanica conferitagli dall’Università di Bologna nel 1960.
Ogni ingrediente racconta una storia: il tosone utilizzato nei tortellini — con il loro ripieno di pane grattugiato, erba Luigia, cipollotti novelli e tosone — conferisce al piatto una cremosità unica; la minestraccia, nata come rinfrescante, e le cotiche ‘dei signori’ (quelle del prosciutto crudo) sono il simbolo di come la povertà potesse generare piatti degni di un re; la polenta, per anni sinonimo di sopravvivenza, viene proposta in versione dolce con solo latte e miele - senza burro, uova o zucchero; le polpette della Cervetta - ex antica osteria modenese - “se si possono ancora gustare solamente grazie alla generosa donazione fatta da Dina della sua gelosa ricetta”.
Accanto ai piatti dedicati al fondatore della Scuderia, la carta celebra le antiche usanze del territorio, come nel caso delle "cotiche dei signori": si tratta della cotenna del prosciutto crudo che un tempo i contadini conservavano nel grasso per poterla servire durante i ritrovi annuali dei nobili (una variante della storia prevede che questi "scarti" fossero usati piuttosto dai contadini durante i periodi di intenso lavoro nei campi, come cibo sostanzioso in grado di dare grande energia).
Anche la polenta rivendica un ruolo centrale in quanto simbolo della tradizione locale e orgoglio dei "polentoni", qui declinata in una versione dolce - che nella consistenza e nella struttura può ricordare la sbrisolona mantovana, pur distanziandosene nettamente.
Il legame con il passato e la salvaguardia delle radici cittadine si ritrovano poi nelle polpette della Cervetta, che portano avanti la ricetta di una storica osteria molto cara ai modenesi, e nella "minestraccia", un antico piatto di recupero utilizzato in passato come rimedio per tutto, persino contro il grande caldo o per il sostentamento degli animali.
Infine, la conclusione del pasto affonda le radici nella vita di paese di una volta: l'uso dell'orzo con ghiande diuretiche al posto del caffè rievoca infatti l'antico stratagemma utilizzato nelle osterie per far riprendere e rimettere in sesto gli ubriaconi che avevano esagerato con il bere.
Una storia da leggere, un’esperienza da vivere
Questo articolo non vuole essere una recensione, e il motivo è molto semplice: per raccontare un’esperienza, bella o brutta che sia, non per forza si deve dare un’opinione o un giudizio. Le parole servono anche per descrivere, lasciando che siano i lettori a farsi una propria idea.
Per questo non elencherò gli ingredienti nel dettaglio, né vi dirò cosa ho preferito o meno. Ciò che posso dirvi è che questo luogo non è pensato per chi cerca la perfezione estetica, per chi desidera un ambiente moderno e rigoroso, o per chi ha troppi pregiudizi a tavola. Forse non potremmo definire questa osteria un posto "inclusivo" nel senso moderno del termine, ma non è forse proprio questo il suo bello?
Le imperfezioni dell’osteria — perché sì, ce ne sono — sono proprio ciò che fa sospirare. Le ragnatele qua e là all’esterno, il vecchio servizio di piatti e bicchieri, le tovaglie dalle stampe sgargianti: ad alcuni faranno storcere il naso o non ispireranno fiducia. Eppure, sembra di tornare a quando si giocava nelle case di campagna, incuranti degli insetti e di un po' di polvere; chi ha vissuto quei momenti non potrà che capirlo.
In un mondo in continuo mutamento, La Piola rimane ferma e fedele a sé stessa, autentica custode della tradizione italiana. Chi varca la soglia di questa osteria compie un vero e proprio viaggio indietro nel tempo, venendo catapultato in una Modena d’altri tempi. Grazie al signor Claudio, quel sapore di un tempo continua a vivere, protetto e preservato affinché non vada perduto.
Non servono destinazioni ricercate o menù infiniti per stare bene: a volte, basta la testimonianza di una tradizione che resiste. La lotta contro la frenesia quotidiana trova la sua vittoria nella pace della mente; per questo, vi consiglio vivamente di fare tappa a La Piola se vi trovate a Modena o nei dintorni. Prendetevi il tempo di tornare alla semplicità e di riscoprire il piacere della spontaneità.
Bibliografia
- A cura di Giampaolo Nuvolati, Enciclopedia Sociologica dei luoghi, Vol. 1, Ledizioni Editore, 2019.
- Testimonianza dell'oste Claudio Camola.
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